Letture

Per te una piccola sala di lettura con qualche testo – una poesia o tre, dieci righe di un racconto o un racconto in dieci righe, un’anteprima o un recupero – giusto per farti un’idea. È una selezione che rinnoverò periodicamente anche se non so con quale frequenza, ma ogni volta che inserirò dei testi nuovi metterò anche un segnalino per farlo capire.

Il giorno che abbiamo incontrato Tomolo

 

 

Ugo aveva guidato fino alla città dove si teneva la Fiera del libro.

Ughetto era stato tranquillo per tutto il viaggio.

Ugo aveva parcheggiato piuttosto lontano dalla méta.

Ughetto si guardava intorno incuriosito.

Ugo aveva camminato a passo svelto perché non voleva arrivare in ritardo.

Ughetto aveva fatto conoscenza con un piccione di nome Abelardo.

Ugo aveva guardato google map.

Ughetto invece nop.

Ugo aveva chiesto a una passante “Scusi, per la fiera?”

Ughetto aveva imparato la parola svolte.

Ugo aveva girato a destra e a sinistra mille volte.

Ughetto invece aveva fatto capriole e giravolte.

Ugo aveva pagato il biglietto.

Ughetto era entrato con un bel sorrisetto.

Ugo aveva guardato l’orologio “Uh! C’è ancora tempo, faccio un giro!”

Ughetto aveva parlato con un cagnolino che leggeva i libri.

Ugo si era messo a cercare lo stand del suo futuro probabile editore.

Ughetto si era messo a trovare, cosa non si sa, ma l’avrebbe fatto per ore.

Ugo a un certo punto si era accorto che era arrivata l’ora dell’incontro.

Ughetto si era accorto che unendo i punti si arriva da qualche parte.

Ugo era andato dritto verso lo stand dell’editore.

Ughetto c’era andato a zig zag ma Ugo non se n’era accorto.

Ugo aveva sorriso da qui a là.

Ughetto aveva sorriso anche lui, ma il suo da qui a là era più corto. 

Ugo aveva stretto mani e chiacchierato del suo libro per bambini e di quanto gli sarebbe piaciuto pubblicarlo.

Ughetto non sapeva cosa volesse dire “pubblicare” ma era una parola che gli piaceva molto.

Ugo aveva lasciato una copia del manoscritto all’editore.

Ughetto si era sentito più leggero.

Ugo aveva ripreso la strada del ritorno telefonando al suo amore tutto il suo ottimismo.

Ughetto si faceva scarrozzare con piacere.

Ugo avrebbe voluto fare salti di gioia.

Ughetto ne sarebbe stato molto felice.

Ugo guidava con l’anima contenta e ringraziava il bambino che non aveva mai smesso di portarsi dentro.

Ughetto gli rispondeva sorridendo “E di che? Grazie a te!”

 

 

 

 

 

 

Vento lupo

Improvvisamente, dal buio della notte era emerso il vento.Il bambino era sotto le coperte, profondamente addormentato.Come sempre a quell’ora, il mondo che lo circondava lo proteggeva: tre mandate alla porta, abbassate tutte le persianefissati tutti i fermi di sicurezza, serrate tutte le finestre con doppi vetri e, per ultima, la soffice caverna del piumone, dove giaceva sul fianco destro, le gambe raccolte e strette, la manosinistra fra le ginocchia, l’altra sotto il cuscino. Sognava i soliti sogni. Fu svegliato dal vento, che emergeva come una luce pulviscolare da un punto imprecisato e forse non lontano della notte. Il vento vedeva ogni cosa. Era sopra ogni cosa. Aveva un volo irregolare, quella notte, e imprevedibile. Se degli occhi lo avessero scoperto e seguito, subito l’avrebbero perduto. Molto lontano dal cuore del sonno, appena dietro i sogni, il bambino sentiva i listelli delle persiane tremare, ora di più ora di meno, con estemporanei virtuosismi ritmici. Rullate, strisciate, serie, scale dall’improvvisa dissonanza, un concerto di percussioni ovattate dalle spesse finestre s’infiltrava nellastanza. Allegro rumore di giocattoli.

 

anfore

 

questi giorni 

stagli di zenit perenne

sono anfore abbandonate

quando le rovescia il tramonto

nulla ne esce

arida resta la terra

che ci compone

 

pseudonimo

 

non ha tempo 

il tempo che va per la sua strada 

indifferente a ogni misura 

di nulla s’accorge 

tempo è lo pseudonimo preferito da dio

quando non ha tempo per noi

 

l’abituale apnea nel dolore 

 

l’abituale apnea nel dolore 

anestetizza ogni senso a noi noto 

ma altri carbonari e guerriglieri 

l’affrontano e non di solo dolore

illuminano i nostri sotterranei 

 

 

 

 JEANNE

 

Il cavalcavia rampa nel buio inerpicandosi fino al punto di scollinamento. Gli è sempre piaciuto quel tratto di strada. Gli ricorda un ponte del Nord Europa, che ha visto spesso in fotografie spettacolari che lo mostravano colpito da ondate ancora più spettacolari. Qui è tutto più sicuro, di una sicurezza che banalizza ogni cosa.
Eccolo, lo scollinamento. Adesso è tutta discesa, come la vita che precipita accelerando. Al massimo puoi provare a rallentarla ma fermarla no e di risalirla contromano non se ne parla. I coni sovrapposti dei fari si addentrano nel buio frontale. Le righe intermittenti sull’asfalto diventano un silenzioso metronomo, ritmo che blandisce la retina blandisce la retina blandisce la retina… Roberto si riscuote. Conosce bene il percorso ma l’esperimento di farlo a occhi chiusi lo tenterà un’altra volta. 
Alla fine della discesa la strada curva a destra. Sul lato opposto c’è un cippo, circondato da un anfiteatro di alti cespugli. Lungo il percorso ce ne sono molti di questi ricordi: lapidi, croci, piccole edicole, il guardrail è costellato di portafoto e fiori finti ricoperti di polvere. Questo cippo invece è grande e quel suo anfiteatro di cespugli, anzi, di roseti a fiori bianchi, è molto scenografico e visibile. La luce dei fari lo accarezza un istante prima di curvare a destra. Lui un pensiero a quella persona, che non sa chi sia – non si è mai fermato per scoprirlo – un pensiero lo dedica sempre. Si è fatto l’idea che si tratti di un giovane, forse un motociclista. Dopo la sommità del cavalcavia la discesa è ripida e quella curva a destra se piove diventa scivolosa: sbandare e cadere è un niente. In tempo di fioritura quel roseto sembra un ammasso di stelle basse sull’orizzonte. Sì, un’occhiata e un pensiero glieli dedica sempre, ringraziandolo per la bellezza che puntualmente ritorna, come un visitatore abituale.
È immerso in questi pensieri quando improvvisamente si ritrova circondato da una tempesta di petali. Convergono da ogni direzione, si fanno grandi in un attimo assolvendo dal buio come fiocchi di neve, fluttuano a tutte le altezze, piroettano su tutti gli assi rivelando bordi sofferenti che sbattono come ali stanche e quando si sovrappongono alle luci rosse delle auto che lo precedono Roberto vede che sono quasi trasparenti: il controluce restituisce delicate, fragili nervature. In pochi secondi il parabrezza ne è ricoperto. Sono bianchi.
“Che succede? Cos’è ’sta cosa?” Ma non rallenta, non gli sembra necessario. “Facciamo così.”
Un colpo di tergicristallo per spazzolarli via. 
Ma non lasciano la preda facilmente. Lo sporco è una base appiccicosa cui la loro superficie vellutata aderisce con determinazione. 
“Guarda che roba, mica si staccano!”
Un altro scatto raddoppia le battute del tergicristallo. Questa volta i petali non riescono a resistere. “Ah ecco!”
Le luci del traffico sono tornate padrone del campo visivo. Scivolano silenziose, a destra e a sinistra, come in un video gioco.
Stringe di più le mani sul volante, che impugna alle 10 e 10 precise, come sempre.
Eccoli di nuovo contro il parabrezza. Ora sono molto più fitti. Le luci rosse ne insanguinano il caotico affollarsi prima di esserne cancellate.
Un’occhiata allo specchietto gli fa scoprire che anche alle sue spalle non si vedono più fari. E nemmeno petali. Alle sue spalle non c’è nulla. Alle sue spalle c’è il nulla. 
“I petali? Che fine hanno fatto i petali?” Neanche un baluginìo sfuocato, ma non è questo che lo colpisce, ci può stare, è solo un’eccentricità collaterale. La diversità profonda deve essere altrove.
Sembra che il mondo si dissolva a mano a mano che se lo lascia dietro.
“Come il tempo.” Pensa Roberto “Come il tempo.”
Guarda a destra e a sinistra. Non si accontenta di quello che vede nello specchietto, rallenta e volta la testa il più possibile.
“I petali, le luci.” Pensa “E nessuno nell’altro senso, ma prima non era così o sì? Devo fermarmi.”
Lo pensa, lo fa. I gesti automatici della guida lo portano oltre la riga gialla d’emergenza.
I fari sovrappongono i loro coni e là dove si fondono la luce è lattiginosa.
“È più densa.” Nota con la periferia della mente, mentre cerca di decidere se scendere, sgranchirsi, e osservare da vicino quei petali bianchi o aspettare in auto che tutto torni normale. 
“Certo che è più densa, cretino, lì la luce raddoppia!” Come sempre parla silenziosamente con se stesso. Quando qualcuno gli dice che parla da solo, lui si oppone, argomentando – No, non parlo da solo. Parlo con me stesso, cioè parlo con qualcuno di ben preciso, giusto? –  
In questi dialoghi si congratula per le sue intuizioni migliori e si critica spietatamente quando si sente inadeguato o banale. È il primo ad ammettere che il primo caso è decisamente più raro. 
Ha deciso.
Scende. 
Fa il giro della macchina. 
Si guarda intorno.
Silenzio. La strada è deserta e buia. Uniche luci quelle di posizione e, davanti, il doppio cono dei fari che s’infila nella notte credendo di andare chi sa quanto lontano. La solita illusione della luce che crede di correre e poi basta il buio di una notte per fermarla dopo pochi metri.
Sorride pensando alla luce che crede di andare chi sa dove. Si appoggia alla macchina, caviglie incrociate, capo chino, braccia conserte. Guarda l’asfalto umido che riflette la notte, ma solo quella. 
“Già… solo quella.”
Non c’è traffico. L’unico traffico è lui, con la sua auto seminuova e una certa inquietudine addosso. “Maledetti petali! Ma guarda se uno deve farsi spaventare da quattro pezzetti di fiori!”
La verità è in quella parola: spaventarsi.
Spavento. Reazione. “Al diavolo i petali!” Decide di considerarli solo una scusa per una pausa. Sono ore che guida genericamente verso sud ma per quello che ne sa può anche aver puntato a est o a ovest perché è entrato e uscito dalle autostrade ogni volta che gliene è venuta voglia.
Guida spesso così, per il gusto di farlo, gli piace. Anni prima era un bravo pilota dilettante: gli davano un volante e lui correva, non vinceva quasi mai ma si piazzava sempre. Corse in salita, rally minori, competizioni locali.
C’era una linea di partenza e una di arrivo, sapeva esattamente dove andare. Era facile, non come adesso. Ora, a braccia conserte caviglie incrociate e testa china, si domanda dove crede di andare.  Si è lanciato in avanti come quei due stupidi fasci luminosi dei fari ma naturalmente si è già fermato. Sa di essersi fermato molto prima di accostare la macchina e spegnere il motore. La domanda su dove crede di andare se la pone senza impegnarsi troppo, giusto per tenersi in esercizio. Una parte di sé gli dice “Te lo stai domandando perché ti sei messo nella posizione giusta per una domanda del genere, postura perfetta da pensatore di ritorno, bravo!” Ridacchia la voce di quel suo sé, mandando in onda nella sua mente immagini di persone esistenzialmente, solennemente intente a guardare un orizzonte, una vetta, un animale, a condizione che sia nobile e solitario, come del resto credono di essere loro stessi, nobili e solitari. Ridacchia anche lui, rispondendosi “Sì, ma io sto guardando per terra, la punta impolverata delle scarpe, un quadrato d’asfalto sporco e bagnato che riflette ogni cosa che c’è intorno meno me, non puoi sfottermi così.”
S’interrompe perché nel suo campo visivo è appena entrato un petalo, no, non uno solo né due o dieci, una moltitudine. Alza la testa e se li ritrova turbinare addosso, fitti come la pioggia d’un temporale.
Roteano, volteggiano, ripiegano i lembi come se fossero superfici aerodinamiche, e come se volessero pilotare il volo si chiudono e si riaprono. Sono l’unica cosa bianca nella notte, molto più bianchi della luce dei fari.
Ha sciolto le braccia e alzato le mani, le ha agitate ma ha smesso subito.
“Non sono insetti.” Si è detto smettendo di provare a liberarsene. “Petali, soltanto petali che qualche strana combinazione di brezze porta qui. Già, qui, solo qui.”
La nuvola è fitta ma così lieve che gli sembra fumo. Fumo bianco che s’avvolge in mille spire. Apre la mano e la stende, uno si posa lì, sul palmo. Immacolato, leggero e carnoso allo stesso tempo. Rimbalza morbidamente due o tre volte prima di assestarsi alla base delle dita, che lui gli chiude sopra a pugno con un gesto secco. Sente dell’umido sulla pelle e uno strano suono. Si volta per cercare cosa o chi sia stato, ma intorno vede solo petali e oltre i petali la strada. 
“La percorrevo un minuto fa, era così normale, trafficata, superavo luci rosse.” La strada è vuota, silenziosa, distesa da un capo all’altro della notte.
Riapre la mano, la scuote, il petalo è scomparso, al suo posto una piccola chiazza umida che si allunga in un rivolo che s’infila in una delle linee del palmo, quelle che lui confonde sempre, amore-vita-salute. Come una specie di sangue scorre nel letto della linea della sua mano.
“Un umore del petalo? Un rimasuglio di linfa?” Forse. Ma è rosso. E gocciola sul nero dell’asfalto.
Non gli risulta che in qualche tipo di petalo, bianco o non bianco, circoli linfa rossa.
C’è una strana eleganza in quelle gocce rosse che stillano dalla sua mano precipitando sul nero lucido dell’asfalto bagnato. Per pochi istanti sopravvivono come fragili rubini, storditi ma testardi.
Vuole andarsene. E lo farebbe se altri petali non gli si parassero davanti agli occhi fluttuando dolcemente nell’aria, tanto vicini da coprirgli gran parte della visuale mentre moltissimi altri si mettono fra lui e l’auto. Può ancora vederla, perché i petali non sono esattamente a registro della sua pupilla e gli lasciano un minimo di campo visivo. 
Cerca di farsi largo con le braccia. Si spostano ma ritornano immediatamente dov’erano e gli sbarrano sempre la strada. 
“Lo so che è un’assurdità ma sono decisi. Anche prima, quando si aggrappavano al parabrezza e il tergicristallo non riusciva a staccarli, anche in quel momento erano… decisi. Vogliono qualcosa.”
Gli sembra ovvio.
“Vogliono qualcosa, ma non so cosa e non so perché la vogliano da me.”
Agita ancora le mani per allontanarli e si pone domande invece che terrori, ma sa che presto si romperà qualcosa in questa imprevedibile, incongrua lucidità e che allora si porrà terrori invece che domande.
“È inevitabile.” Pensa con una parte del cervello, mentre con un’altra cerca soluzioni. Non osa ammetterlo, ma vorrebbe una via di scampo. Si sente come secondo lui si sentono quelli fermati dalla polizia quando capiscono che è meglio chiedere un avvocato, ma la differenza gli è evidente: lui non ha un avvocato a portata di mano e probabilmente non gli sarebbe utile nemmeno un principe del foro, qualcos’altro forse, ma cosa?
I petali si lasciano spostare, lo illudono ma tornano subito dov’erano. Sono formazioni elastiche, evoluiscono con tutto il loro candore nell’aria nera, lasciano scie ologrammi aure. Si rende conto che è lui a percepirli così, con anomala acutezza, come luci in una foto notturna scattata con una lunga esposizione. 
“Adrenalina?” Si chiede.
“No, paura.” Si risponde. “Fottuta paura, come se non ci fossi abituato eh, caro il mio Roberto?” Roberto fa una domanda retorica a Roberto.  
Non è la prima volta che riconosce la misura della sua pavidità, ma si tratta di un’onestà intellettuale totalmente inutile, anzi, dannosa. Dannosa perché non lo fa lottare.
Non è la prima volta che rinuncia a lottare.
In realtà deve ancora arrivare la prima volta in cui non rinuncia. 
“Sarà questa?” Non fa a tempo a rispondersi perché nell’agitarsi ha messo di nuovo le mani con i palmi verso l’alto e se le ritrova affollate di petali vibranti come farfalle. Sarebbe impossibile richiudere le dita come aveva fatto su quel singolo petalo. Sente che se ci provasse quella massa palpitante reagirebbe in un suo qualche modo. E che questo modo potrebbe non piacergli. S’immobilizza. “Non capisco, no, non capisco.” L’unico pensiero che comprende è che non comprende. Ha le mani colme di petali dritti di taglio, frementi come ali. Pensa anche che sarebbe bello avere una manciata di farfalle fra le dita: basterebbe un gesto per farle volare via e vederle allargarsi come un’esplosione al rallentatore di schegge colorate, innocue se non per la bellezza.
“Non se ne vanno mica! Guardali lì, scuoto le mani ma non se ne vanno! Proviamo in un altro modo.” 
Alza entrambe le mani, punta i palmi l’uno contro l’altro.
“Vedrete che bell’applauso vi faccio.” E fa partire il gesto, che non parte. Capisce al volo, è già meglio di pochi secondi prima, quando l’unica cosa che riusciva a capire era di non capire. 
“Non mi fanno muovere le mani non me le fanno muovere per dio non mi fanno muovere le mani!” Si rende conto che Dio non c’entra o forse sì. Un dubbio ce l’ha mentre prova a forzare il movimento. La resistenza che incontra gli fa tremare le braccia e il tremore si diffonde in tutto il corpo impegnato nel braccio di ferro con i petali.
Pensa che è ridicolo fare braccio di ferro con dei petali e per di più di rosa. Sì, perché intanto si è convinto che siano petali di rosa, secondo lui il fiore più delicato che ci sia, quello che ha regalato di più: giallo per crudeltà, rosa per affetto, per non parlare del rosso. Blu mai, nemmeno quelle screziate fanno per lui, perché lui ama le emozioni semplici, nette, genuine. Incredibile quante cose possano passare per la mente quando si ha paura, eppure non sono pensieri gratuiti: sta lottando contro dei petali di rosa bianca.
“Forse significa tenerezza, non sono sicuro.” 
Petali di rosa bianca apparsi dal nulla, che hanno fermato il suo viaggio, lo hanno costretto ad accostare e scendere dalla macchina e ora lo fanno combattere, proprio così, combattere. 
“Sto combattendo!” Pensa Roberto, non senza una punta di stupito orgoglio. “Quando mai mi sono battuto! Se mai sono stato battuto, questo sì.” E sta già abbassando le mani. 
Rinuncia, lasciando che si faccia strada un pensiero: se gli avessero voluto fare del male l’avrebbero già fatto, è del tutto evidente che ne hanno la possibilità. Mentre si arrende passa mentalmente in rassegna come e con quanta facilità avrebbero potuto fargli del male, anche ucciderlo se questo fosse rientrato nei loro progetti. Gli sarebbe bastato ricoprire totalmente il parabrezza anzi, vista la forza che hanno dimostrato di possedere, avrebbero potuto spingere l‘auto fuoristrada, così, in uno schiocco di dita. Oppure aggredirlo dopo che era sceso, lui stupido fino al midollo: non ci avrebbero messo niente a soffocarlo con un palpitante cappuccio bianco. Meno del tempo di un respiro. Sorride. L’inventario non ha bisogno di altro, lui invece sì. 
– Cosa volete? – Lo dice ad alta voce, sicuro che avrà una risposta, in un modo o nell’altro. 
Poi pensa “Sarà un qualcosa nell’aria, una comunicazione telepatica, un enigma da risolvere. Sanno loro quello che sarà, io lo saprò fra poco e va bene così.”
Ripete ad alta voce – Cosa volete? –
C’è soltanto silenzio adesso. Le mani di Roberto sono ferme, colme di petali vibranti. Comincia a sentirsi stanco. E loro?
“Loro non possono essere stanchi, non si stancano mai loro.” Il pensiero risuona nel silenzio come un fruscio, ma forse sono loro, il fruscio.
No, nemmeno questo. Tutti insieme ascoltano la mente di Roberto, concentrati sui suoni mentali emessi dall’uomo che hanno trovato. O scelto.
La differenza non gli è irrilevante: essere scelto in qualche modo lo lusinga, anche fosse solo per morire.
Prima a uno a uno, poi a piccoli gruppi, i petali si staccano dalle mani sollevandosi con leggerezza anche se non c’è aria che si muova nella notte ma solo buio e silenzio. Una bolla che esclude il mondo. 
Lo stanno abbracciando. Adesso sono così fitti che la sua macchina è scomparsa completamente. Vorrebbe girare su se stesso per dare un’occhiata lungo le carreggiate ma non può. L’abbraccio dei petali lo ferma, come aveva fermato il movimento delle sue mani.
“Che stupido a non pensarci!” Ragiona mentre testardamente prova ancora a voltarsi. “Tanto lo so che non c’è niente da vedere. Figurati se hanno lasciato qualcosa che si possa vedere, non hanno lasciato niente, no, non è che abbiano tolto le cose, semplicemente le hanno coperte, nascoste, con il solo fatto di esistere, di essere apparsi venendo da chi sa dove e da chi sa quale perché. Perché questa storia avrà un suo dannato perché e anche se fosse un capriccio sarà pure il capriccio di qualcuno, fosse anche il piccolo dio incaricato di supervisionare i miei sogni. Sogno? Incubo? Dai, non è proprio un incubo. E non ho ancora una vera paura. Almeno credo. È un buon sintomo la paura, fa intravvedere il futuro e ti dà una possibilità per cambiarlo ma io non ho ancora paura a meno che anche questo non sia colpa loro. Ingannarmi, levarmi perfino la paura per togliermi l’ultima, l’unica arma, ma se così fosse ora dovrei avere una paura disperata. Paura che mi strappino dalla mente questa capacità, già, ma come sei cretino, ragiona: se sanno come toglierti la paura è chiaro che sanno come farlo dalle radici, bulbo compreso. Sei completamente calvo di paura e sei lì, allo scoperto! Dai, non sta andando così, avrei sentito qualcosa se mi avessero strappato la paura, invece non ho sentito niente. Esatto, è questa la loro abilità: se tu sapessi di aver perso la paura saresti più cauto con il pensiero, invece no, non lo sai e così sarai imprudente come un qualsiasi ragazzino presuntuoso e arrogante. E ti fregherai da solo”. 
Un istante dopo si sente spingere, delicatamente. 
Lo spostano. 
Non striscia i piedi. Non cammina. Scivola. 
Gli fanno ala, come per impedirgli di tentare deviazioni. Avanza in un corridoio palpitante. 
Gli sono sopra, una cupola di leggerezza. Gli sono davanti, come una prua di mobile consistenza che fende questo spazio di notte dentro la notte.
Danzano a tutte le altezze e danzando piegano i bordi come delle bocche piegherebbero le labbra, in broncio e in sorriso. Certi hanno una curva dolce, altri crudele, altri ironizzano in silenzio.
“Su di me?” Si domanda mentre scopre di poter leggere quei movimenti come fossero parole ma scopre anche l’inganno d’un grammelot alieno. 
“Pazzesco, sono segni, ideogrammi, figure, idee, una scrittura in volo! E questa, questa cos’è?” 
Gli sembra che i petali abbiano creato una forma, forse una mano che piega le dita come per invitarlo. Si ricorda uno spot, inglese gli sembra, sì esatto, era della Teletext, una ininterrotta e fluida animazione di lettere che davano vita a persone, situazioni, paesaggi.
“Sembra una mano, però potrebbe anche essere un polipo con cinque tentacoli.”
Sorride dentro e fuori di sé e immediatamente lo imitano: una ola di sorrisi si allarga fra i petali che gli danzano intorno: si dividono in gruppi e si piegano in palpitanti archi bianchi con gli estremi in alto. Sorrisi stilizzati, pittogrammi di sorrisi, ma sorrisi. 
“Sorridono! Cos’altro possono essere se non sorrisi. Va bene, ora sorridiamo tutti insieme appassionatamente e speriamo che dopo non ci sia da piangere. Certo che se gli chiedi cosa vogliono, questi mica ti rispondono. No che non ti rispondono, oppure lo stanno facendo proprio adesso ma io non li capisco. Non vi capisco! Capite che non vi capisco!”
Un petalo si è fatto sotto, molto sotto. Roberto si agita come se l’avesse avvicinato una vespa inferocita, dà una manata all’aria ma quello si sposta solo di quanto basta, resta lì sospeso di fronte ai suoi occhi. Lo guarda.
“Che fai mi guardi? E cos’hai da guardare? Mai visto uno come me, un uomo, u-o-m-o. Sai quanti ne ho sparpagliati di tipi come te in giro per il mondo? A tonnellate! Milioni di te aggrappati alle loro corolle fino all’ultimo respiro, sparsi al vento, per strada, ai piedi delle donne. Sai quanti ne ho visti cadere come voi, malinconia pura dopo la superbia della bellezza, perché belli siete belli, ma fragili. Tu sei furbo e non ti fai prendere ma se ti prendessi ti ridurrei in poltiglia, non per cattiveria niente di personale solo una dimostrazione, a beneficio dei tuoi simili qui intorno perché so che tu non moriresti, tu vivresti in loro. Siete una cosa unica, vero? Non credere che non l’abbia capito? E ho capito anche un’altra cosa sai? Che voi capite me e che da me volete qualcosa, non so ancora cosa ma non si fa tutto questo casino per divertimento, o sì?”
Il dubbio non gli piace. Se è un divertimento, è così gratuito che potrebbe sfociare in qualsiasi cosa. Gli passa per la mente Arancia Meccanica. E s’immagina un trafiletto nella cronaca locale: il cadavere di un uomo dell’apparente età di 35-40 anni è stato rinvenuto sepolto da tonnellate di petali bianchi. Si ipotizza che un Tir abbia perso il suo carico e che lo sfortunato sconosciuto ne sia stato travolto, morendo per asfissia. Sono in corso indagini per risalire all’identità della vittima e ai commercianti di petali della zona ma non si esclude l’eventualità di uno smercio illegale di petali di contrabbando. 
“E già, perché ora si commerciano petali!? Mi fai venire i nervi se te ne stai lì fermo davanti ai miei occhi, sono sicuro di avere lo sguardo che s’incrocia. So che sghignazzi guardandomi perché ho questa faccia cretina con gli occhi da ebete e allora? È solo una faccia, sono solo occhi, sono solo sguardi, mica sono io, che credi, che io sia così poco!” 
C’è una cosa che ha pensato e che lo ha colpito: l’idea del cadavere. Non aveva ancora pensato alla morte, è la prima volta che appare sul palcoscenico di questo fatto che gli sta capitando e il pensare che questa storia potrebbe ucciderlo fa già una vittima, anche se ancora virtuale.
“Forse hai ragione, se mi ammazzate io sarò meno di poco, molto meno, perfino meno di quello che credo io e non parliamo di quello che credono gli altri.”
Non ha ancora smesso di agitare le mani per scacciare quell’impertinente ma ora si ferma, vuole conservare un poco di dignità, altrimenti gli sembrerebbe di leccargli il culo, a quello lì.
Lo spingono. E quelli che gli volteggiano di fronte sembrano i piloti del porto che danno indicazioni sulla rotta. La sua bagnarola fa acqua da tutte le parti. Il fasciame è impregnato di marciume, la chiglia sta insieme per miracolo, le sovrastrutture, i castelli, gli alberi e le gru, ogni luogo sa di putredine. L’odore di acqua morta è soffocante. È dentro gli abiti, esce dalle tasche, filtra da sotto la cravatta, stretto fra la striscia di seta e la camicia: nell’antro del sottocolletto c’è una poltiglia disgustosa, la cravatta allentata l’ha liberata, ora scende in rivoli da tutte le parti, come un’immonda gorgiera. Intorno ai bottoni della camicia si aggrappano colonie di schifezze dalle forme più svariate, niente che una scienza qualsiasi abbia mai catalogato, nulla che un esploratore abbia mai scoperto, solo semplice schifezza di origine umana, ma non quella parte dell’uomo che prima o poi si dissolve, no, non quella, quell’altra, quella che sembra non abbia mai fine. Quella che non si dissolve mai. Come un cotton fioc nella terra. 
Volano in cerchio, disegnano corone circolari quasi perfette. Alcuni planano altri cabrano, molti oscillano ma non per indecisione, quanto per una pazienza che si sta disperdendo, stanca di tempo che vola e di tempo che gira in tondo senza arrivare da nessuna parte. Si scambiano messaggi.
È chiaro che questa bolla ha in mente qualcosa che lo riguarda.
Però “Come sarebbe ‘in mente’? In che senso poi? I petali non hanno mente, mica pensano i petali e poi dove potrebbero metterla una mente? Non c’è spazio per un cervello dentro un petalo. Dimmi tu dove potrebbe mettere un cervello questo petalino qui? Se la dividono, la mente, loro se la dividono. Come se ognuno fosse una sinapsi che lavora in Wi-Fi con le altre. È così, per forza è così!” Insiste con se stesso e a se stesso mente perché qualcosa è già balenato nella sua di mente, la parte di lui di solito meno considerata, anzi, per niente considerata. 
Roberto non vive circondato dall’altrui stima. Il massimo che si possa dire è che vive. Vive attorniato da mobili, abiti, libri, orari, appuntamenti, computer, moderate quantità di denaro, cibo, bevande e via elencando fino a persone e altro ancora, ma niente di tutto questo prova per Roberto una forma di stima o di particolare considerazione o interesse. Roberto però non lo sa, e siccome non lo sa non ne soffre. Attraversa la vita come Mr. Magoo. Schiva terribili disastri ed evita catastrofici avvenimenti, aiutato da una forma di cecità mentale che gli risparmia la grandissima parte delle sofferenze e delle delusioni che normalmente feriscono gli altri. Quasi nessuno lo stima ma nessuno nemmeno lo evita, viene considerato una creatura innocua. Roberto non sa nemmeno questo e scambia quello che ne viene per una particolare facilità di relazione, di cui si vanta, quando gli capita l’occasione. 
C’è un equivoco nella sua vita, una di quelle cose mai chiarite che all’improvviso fanno dire a uno che ti sta di fronte:
– No, scusa sai, non ci siamo capiti, non è così, era tanto che te lo volevo dire… –
E poi te lo dice, com’è e cos’è veramente. Te lo dice con parole che ti fanno indietreggiare un passo dopo l’altro. Se sei fortunato, chi ti sta spiegando l’equivoco si ferma e ti ferma, oppure non si ferma ma comunque fa in modo che ti fermi tu. Oppure non fa niente per te se non continuare a spiegarti che tu e lui, tu e lei, tu e loro, tu e qualsiasi realtà extra tu, non vi siete capiti. Ogni sua parola ti fa indietreggiare, ma a un certo punto bastano anche gruppi di sillabe e perfino semplici suoni che assomiglino a parole per spostarti, come il vento sposta un cassonetto vuoto, fino a che dietro di te non c’è più nulla. Ci fosse almeno il vuoto di un precipizio, intuisci mentre cominci a cadere, ci fosse almeno il vuoto di un precipizio staresti precipitando in qualcosa. In questo vuoto invece non c’è niente, nemmeno tu perché ogni parola che ti ha detto ha smontato un frammento dell’equivoco, ha scoperto un bluff, ha messo a nudo una balla e quindi precipiti nel nulla che sei. Ti precipiti dentro. 
E se tutto questo glielo stesse dicendo con parole sue questa specie di aluccia bianca che ballonzola intorno alle sue dita con ineffabile beffardaggine? Una beffardaggine che lo stizzisce istantaneamente. Lo stizzisce e lo fa indietreggiare.
Sta andando a ritroso con gli occhi fissi sulla danza d’aria di un petalo bastardo. Dà una manata all’aria. Non intende colpire, vuole solo affermarsi e fermarsi ma il petalo non la vede nello stesso modo, scarta ed evita il ceffone di Roberto. La mano rallenta come se l’aria la frenasse, i muscoli di Roberto trovano una densità scivolosa ma con un sentore di velluto.
Una duplice e vagamente maniforme nuvola di petali si forma davanti a lui. Con gesti inequivocabili lo invita a tornare indietro, sul cavalcavia, fino all’orizzonte della strada.
Qualcosa è cambiato. I petali non sono più né frenetici né aggressivi. Lo scortano mentre cammina nel buio che vero buio non è perché la sua superficie cattura e amplifica la luce della notte, creata dalle luci della sua auto, abbandonata con la portiera aperta nella corsia d’emergenza, cattura anche quella creata da luna e stelle, dalla vernice bianca riflettente, dai catarifrangenti colorati incastonati nel guardrail.
L’orizzonte della salita si confonde con il cielo. A dar credito a quella confusione la salita potrebbe essere infinita e così sembra finché un’alba accecante e rumorosa non si presenta al di là del dosso sorgendo rapida e indifferente ai ritmi astrali. 
L’alba non fa rumore, ma un’intera formazione di soli ruggisce. Come il motore da migliaia di cavalli di un gigantesco Tir che supera l’apice del dosso e si scaraventa verso Roberto e il suo corteo di petali, mostruosa valanga di fari e ferro. 
Il muso del mostro è circondato da una duplice cornice di led, come gli specchi degli attori. Le lance luminose degli abbaglianti tagliano il buio a mezz’altezza insinuando le loro particelle luminose nella nuvola di petali che da parte sua le frammenta e disperde come nella foresta la volta di foglie disperde i raggi del sole. Ma se i tempi di reazione delle foglie sono al di fuori della percezione umana per la loro lentezza, quelli dei petali lo sono per la loro velocità.
È un attimo che i petali facciano muro oscurando il mostro che corre verso di loro. Roberto lancia un’occhiata al guardrail alla sua destra. Potrebbe oltrepassarlo con un salto e rotolare nel buio denso che il guardrail tiene a bada con il suo nastro arrugginito. Potrebbe farcela: è in forma anche se a vederlo non si direbbe. La corsa, lo slancio e l’atterraggio rotolante sono alla sua portata. Prende le misure con lo sguardo.
Si concentra, carica i muscoli, è pronto, questione di un istante ma i petali non gli permettono di tentare la fuga. Né da loro, né dal Tir. Né da questo nucleo candido della notte. Roteando fulminei intorno alle sue caviglie le bloccano e Roberto, spinto dall’inerzia, quasi cade in avanti ma loro lo sostengono. Il guardrail sembra allontanarsi, come se volesse dirgli – Ti avrei anche aiutato ma non vogliono, devi cavartela da solo. – 
In tutto questo il Tir non si è arrestato. Sferraglia e urla cambiando marcia. Il rumore è strano adesso. Come se fosse ovattato. Roberto non ha bisogno di voltarsi per sapere perché. 
Il muso luminoso è completamente ricoperto dai petali che gli oppongono la resistenza d’un vento contrario. Non lo arrestano brutalmente, no, lo obbligano a rallentare nonostante la furia del motore. E lo deviano. L’autista tenta di controsterzare per resistere a questa forza che lo acceca e insieme gli impedisce di aprire la portiera e lanciarsi fuori.  Ne ha viste tante nelle sue migliaia di chilometri notturni, ma questa volta è stato colto di sorpresa. Una bufera di petali. Una bufera di petali con la forza d’un tornado di neve non gli era mai capitata. La sua potenza piega la spinta del motore imballato e l’aderenza degli pneumatici. Roberto vede il Tir deviare a destra e svellere il guardrail dal ciglio della strada. Oltre c’è una scarpata profonda ed è lì che la motrice affonda, immergendosi nel buio denso che credeva destinato a lui ma sul quale i petali avevano deciso diversamente.
Il muso con la duplice cornice di led e le luminose lance degli abbaglianti è appena scomparso che il buio ha già divorato i resti di quelle luci e il silenzio ha spento il motore impazzito. Una delle ruote posteriori della motrice tenta di girare ma un guanto di petali la circonda in pochi secondi e la blocca senza altri rumori che un breve e quasi impercettibile cigolìo.  
L’orizzonte del cavalcavia è nuovamente libero. Sarebbe nero se non fosse per la luminosità di quei bianchi che lo abitano: la segnaletica, i catarifrangenti della corsia opposta, i petali, la pelle di Roberto.
Riprendono a spingerlo. Cammina meccanicamente sperando che questa sia la notte più corta dell’anno.
Prova a voltarsi verso il Tir. Con la coda dell’occhio ne intravvede il rimorchio nel mulinare di petali, inclinato come una nave che stia affondando. 
“E il camionista? Si sarà fatto male? No, non credo, andava pianissimo quando è uscito di strada… cioè, quando l’hanno fatto uscire. Questo dovrebbe confortarti caro mio. Se avessero voluto lo avrebbero fatto volare come una piuma! E che ci vuole! Prendi qualche milione di petali bianchi, li metti davanti a un Tir che arriva a tutta velocità e gli dici ragazzi, fermatelo! E loro lo fermano. Ergo, se avessero voluto ammazzarti non ci avrebbero messo né uno né due. Ti avrebbero sollevato fino all’altezza giusta e ti avrebbero lasciato cadere, e siccome tu non sei un Tir saresti diventato una poltiglia spiaccicata sull’asfalto come se ne vedono tante.  Normale, no? Normale, no!”
C’è già stato in questo vicolo, cieco ma rassicurante.
“E non basta. Sta accadendo dell’altro e cioè che un tizio, io!, venga incappucciato e rapito da quei milioni di petali bianchi e trasportato non si sa bene perché da un lato all’altro di una larga strada a scorrimento veloce come un pacco bipede … certo che se solo mi trasportassero un po’ più vicino al guardrail un tentativo di saltare dall’altra parte potrei farlo, prima sembrava che mi avessero letto nel pensiero ma adesso pensano – perché loro pensano, lo so! – pensano che mi sia rassegnato, e forse potrei riuscire a coglierli di sorpresa.”
Intanto l’hanno veramente portato a ridosso del guardrail e ora gli fanno risalire il dosso sulla carreggiata sinistra. Torna sui suoi passi, perché proveniva dall’altro senso di marcia, come il Tir. 
Lo spingono rasente il guardrail, con prudenza, come se i suoi bianchi guardiani volessero tenerlo al sicuro dai pericoli della strada. A lui questo fa buon gioco, perché adesso il guardrail è vicinissimo. Si domanda se potrebbe sfondare il muro palpitante come se fosse una porta.
“Perché sei un grande esperto di sfondamento di porte, vero? Sei un grande esperto di cretinaggine!”
Ci sono delle occasioni in cui non ha molta considerazione di sé e questa è una di quelle. 
Il mistero dei petali sembra al di sopra delle sue possibilità. “Ma anche di quelle di tanti gli altri.” Si balocca con questopensiero consolatorio mentre continua a esaminare il muro fremente che lo separa dal guardrail, lo protegge dal traffico e lo guida, ma in realtà lo spinge, verso la sommità del dosso. 
“Petali multitasking.” Pensa con un sorrisetto che può vedere solo lui. 
Il guardrail è lì, appare e scompare fra un petalo e l’altro. A portata di mano. “Magari adesso dal dosso spunta la stradale e ci pensano loro a tirarmi fuori… no, forse no, il Tir ne sa qualcosa. Se hanno bloccato e fatto uscire di strada quel bestione figurati se li ferma un’auto della Polstrada! No, non c’è nemmeno da sperarci, anzi, meglio che non arrivi nessuno se no si crea pericolo e magari ci va di mezzo qualcuno che non c’entra.” I petali hanno un sussulto. Si bloccano. Come se avessero ascoltato il suo pensiero e qualcosa li avesse colpiti tanto da farli fermare. 
“Come se io c’entrassi, per dire. Uno se ne va in giro e poi come se niente fosse viene rapito da una nuvola di petali bianchi, polposi e consistenti… anche se quello là l’ho schiacciato senza fatica.” 
I petali si rimettono in movimento e fanno qualcosa di più: si avvicinano. Non lo toccano ma lui ne avverte la pressione su tutti i lati, anche sopra la testa. 
Un soffitto che scende, pareti che si restringono. Una bolla che inspira con lui dentro. Non gli piace per niente.
“Però non l’ho fatto apposta a stringerlo, cioè, l’ho fatto apposta ma non pensavo che qualcuno si facesse male e invece quella specie di sangue che è uscito, be’ insomma, mi spiace.”
La bolla espira e lui tira il fiato ma sulla schiena la pressione è più intensa che mai. Se volesse opporre resistenza non ci riuscirebbe. Verrebbe spinto in avanti comunque.
“Fino all’orizzonte del dosso? Oltre?” Si domanda cosa ci sia oltre il dosso. “La strada no! Che domande sceme che ti fai!” 
Ha percorso questo tratto di strada innumerevoli volte e non si è mai accorto di qualcosa di particolare, a parte quel cippo abbracciato dalla siepe ad anfiteatro che durante la fioritura salta agli occhi come se fosse illuminato. Lui un pensiero glielo dedica sempre quando passa di lì, anche se senza fiori è quasi invisibile. In verità non è un vero e proprio pensiero strutturato e coerente, è più una forma organica, un tentacolo mentale che s’allunga andando a depositare la sua premura su quel piccolo monumento che non sa nemmeno come sia fatto, non si è mai fermato per vederlo da vicino, sono i fiori che l’hanno colpito. 
“Fiori bianchi, come questi petali, certo che è una bella coincidenza che questo fenomeno da X Files si manifesti proprio qui. E poi, perché io? Perché? Dai, spingetemi ancora un paio di metri e vi saluto.”
Fra una voluta e l’altra riesce a vedere che poco più avanti la strada si restringe al punto che la sottile striscia di erba sporca che separa il guardrail dall’asfalto sparisce. Se continua così dovrebbe passare a pochi centimetri di distanza dalla barriera “E loro non potranno più mantenere questa formazione così spessa e densa, s’assottiglierà per forza e allora mi ci butterò contro a tutto peso, a corpo morto, be’ proprio morto anche no! Ecco, un altro paio di metri e ci siamo.” Gli sembra la classica situazione da “ora o mai più”, l’occasione della vita, il treno che passa una volta sola su cui saltare. E infatti salta.
Contento di essersi sempre tenuto abbastanza in forma raccoglie ogni particella di forza da ogni muscolo che possiede, mobilita ogni singola fibra, anche la più insignificante e nascosta, per darsi la spinta necessaria. E se la dà.
Si lancia esattamente nel momento in cui i petali si ridispongono perché la strada è più stretta, proprio come aveva previsto. Si sente vivo e in forze e vuole giocarsi questa partita anche se non sa bene di che partita si tratti, però questi petali che l’hanno preso prigioniero devono capire che non ce la possono fare contro di lui, nossignore, non ce la possono fare. 
L’impatto è violento. Prima è contro il muro di petali, che si rivela d’una consistenza elastica che lo sorprende. Lui pensava di sfondare una fragile parete di grossi coriandoli organici e invece si scontra contro una barriera che gli oppone una resistenza gommosa, tendendosi allo spasimo prima di strapparsi come un sipario di elastan. L’improvvisa fine della resistenza lo proietta oltre il guard rail, a testa bassa contro il nero della terra e in quel nero gli sembra di entrare a capofitto. Anche l’impatto è nero. Per attutirlo rotola su se stesso come ha visto fare nei film. Quando si ferma solleva la testa. 
Ritiene di essere a tre, quattro metri dal guardrail. Sulla strada la luce dei fari e quella riflessa dai petali creano una sospensione in continuo movimento. 
“Vi ho fregati eh!” Pensa soddisfatto. “Non credevate che c’avrei provato e invece eccomi qua… non riuscite a vedermi petalacci di emme… adesso me ne vado verso quelle luci… e tanti saluti!”
Mentre si complimenta con se stesso cerca di alzarsi. Fa fatica. Per quanto pensasse di essere in forma deve ammettere che l’urto col terreno l’ha provato più del previsto.
Adesso è in piedi, malmesso e zoppicante, ma pensa di farcela ad arrivare alle luci che scorge in lontananza. Forse una cascina. Chiederà aiuto lì. Dirà di avere avuto un incidente con la macchina. Non può certo raccontargli di essere stato assalito da uno sciame di petali inferociti. Che poi inferociti non è neanche il termine giusto. Determinati. Ecco: determinati funziona meglio. Ma anche dire ‘aiuto! mi ha assalito un’orda di petali determinati!’ gli sembra poco credibile, perfino ridicolo. Fa qualche passo. Incespica. Non riesce a vedere dove mette le sue eleganti scarpe da passeggio, del tutto inadatte a camminare in quello che sembra un campo in pessime condizioni. Per di più di notte. Per di più stressato, per non dire impaurito. 
“Perché un po’ di paura ce l’hai, ammettilo. Tu, topo di città, nel mezzo della campagna che sta nel mezzo della notte. Insomma, la cosa più vicina all’essere in mezzo al nulla che ti sia mai capitata. Ma ti è capitata. E adesso devi gestirtela. Solo soletto. Cioè, non proprio solo, sei con te stesso ma chi sa se è la compagnia più indicata in queste circostanze, chi sa?” 
Pensa e incespica, poi zoppica poi incespica di nuovo. E cade carponi, con le mani nel fango. I polsini della camicia finiscono d’insudiciarsi. Fra le dita resta una poltiglia sulla cui natura preferisce non indagare né annusare, tanto meno vedere. 
“Meno male che è buio se no sai che schifo!” Squittisce il topo di città che è in lui e che in questo momento darebbe qualsiasi cosa per incontrare un solidale topo di campagna, anche se avrebbe molti dubbi sulla solidarietà. Propende per un sano, genuino sarcasmo. “Sarcasmo bio, perfetto! Anzi no, bio sarcasmo!” La trovata lo distrae, riesce a fare dieci passi senza problemi e poi si ritrova il problema davanti, sopra, ai lati e, immancabilmente, alle spalle. Lo hanno trovato. 
Non fanno alcun rumore i petali che scivolano su un campo immerso nella notte. Nessun fruscio, nessuna ossessione musical-percussiva da film horror, niente. Semplicemente appaiono dove prima non c’erano. 
“Eccovi qui di nuovo, e adesso, che facciamo adesso? Che intenzioni avete? Mi seppellite qui o più avanti? No perché se avete queste intenzioni tanto vale che me lo diciate, a modo vostro certo, così mi metto l’anima in pace, intanto per adesso… poi per l’eternità, non so se mi sto facendo capire.”
Loro si limitano a esercitare una pressione discreta che però non ammette discussioni, non gli resta che assecondarli. Non intendono fare del male. Roberto comincia a capirlo mentre viene spinto, accompagnato, guidato verso la strada.
Si sente come quei poveretti con la camicia di forza in mezzo a forzuti infermieri in camice bianco. In effetti il bianco abbonda anche nella sua situazione. 
Dopo pochi passi si rende conto che non stanno tornando indietro. Hanno piegato a destra, stanno seguendo una rotta che va dritta al cavalcavia, su dove la strada scollina, dove sorge il cippo, quello che vede di sfuggita subito dopo la curva chiedendosi sempre a chi sia dedicato, con quel suo grande anfiteatro di roseti dalla fioritura candida. 
Come questi petali. 
All’orizzonte si è pennellata una prima gamma di grigi rosati. Solo una sottilissima striscia.
“Non vogliono farsi cogliere dall’alba! Come i vampiri, devono ritornare da dove sono venuti prima del sorgere del sole. Ma da dove sono venuti?”
Lo spingono energicamente attraverso il campo accidentato. Più di una volta i suoi piedi urtano una zolla divelta o un sasso. Li sente bagnati, infreddoliti. Le scarpe da passeggio non sono le più indicate per questa escursione campestre e nemmeno le eleganti e lunghe calze in filo di Scozia. 
Vanno compatti. Se qualcuno passasse per strada in quel momento e gettasse uno sguardo sulla campagna vedrebbe un mulinello biancastro, come una bava, un rimasuglio di foschia, niente di strano, niente di diverso, niente di anormale. Mai farsi ingannare dai sensi. I segnali che ti trasmettono non vanno oltre la superficie delle cose che credono di registrare. Pensi che sia uno strascico di foschia e invece è un rapimento soprannaturale o, almeno, extra naturale. E se non è un rapimento, be’, nessuno sa ancora cosa sia.
“Ma lo scoprirò presto” Pensa Roberto colpendo dolorosamente l’ennesimo sasso.  “Anche se non so se sarà un bene o un male scoprirlo.”
All’improvviso, sull’orizzonte del cavalcavia sorgono due coni luminosi che per un istante si lanciano verso il cielo per poi inclinarsi verso terra non appena scollinato.
Roberto li vede fra le fessure del mobile muro di petali che lo imprigiona e lo spinge come se fosse un recalcitrante galeotto con la palla al piede.
Una speranza? Speranza di cosa, però? Salvezza? Soccorso? Potrebbe chiamare aiuto o addirittura venire in suo soccorso quell’auto? Potrebbe, certo che potrebbe ma come si fa a comunicare con chi è a bordo, come si fa?
I petali stringono la loro camicia di forza come se gli avessero letto nel pensiero. Li ha ingannati una volta, non glielo permetteranno una seconda. I fari scendono lungo la discesa in curva del cavalcavia. Certamente anche loro hanno accarezzato il cippo con il suo anfiteatro di roseti, ma è stata una carezza distratta, in realtà non è stata nemmeno una carezza. Come quando due persone si sfiorano nella folla continuando a ignorarsi per sempre. E se su un lembo di stoffa potrebbe rimanere la traccia di un profumo, certo destinata a farsi sempre più esile fino a svanire del tutto ma comunque un segnale di avvenuto contatto, anche se dalla vita breve di farfalla, se altrove questo potrebbe accadere, qui, sulla superficie della notte, nella ghiacciata indifferenza d’una coppia di abbaglianti, non resta traccia del passaggio. La luce non lascia impronte, la luce non ha memoria. L’auto passa. I fari lambiscono il campo dove un residuo di foschia dalla strana forma di grossolano cilindro fa gli straordinari, lasciandosi trasportare da un refolo di vento così leggero che potrebbe spostare solo una leggerezza come la sua.
E quei fari Roberto li vede sparire. Trasformarsi in luci rosse sempre più piccole. 
“Andati.” 
Nessuno si è accorto di niente. Lui non sa che dalla strada si può vedere solo un’ultima frangia di foschia, mossa da un’aria che non riesce a disperderla. Niente più di un batuffolo agli occhi di chi passasse di lì. Un batuffolo di foschia stranamente ostinato.
E ostinatamente continuano a spingerlo. Ormai ha capito che non sono violenti ma solo determinati, procedono senza alcuna brutalità ma non ammettono ostacoli. Dopo qualche errore iniziale hanno imparato a sollevarlo per evitargli di incespicare o urtare pietre.
Accelerano, accelerano ancora di più. Ora le sue scarpe non toccano più terra, i petali l’hanno definitivamente avviluppato dalla testa ai piedi e lo trasportano rapidamente, senza scosse, come una magica lettiga volante che attraversi il buio della notte e il nero del campo. 
Un volo che modifica anche la sua percezione del tempo, perché laggiù c’è sì una timida striscia di luce ma non gli pare che abbia fatto progressi da quando se ne era accorto, pochi minuti prima. O sono ore?
La terra disordinata del campo sfiora le scarpe ma non inciampa più. “Guarda che bravi, ci tengono a me, mi stanno facendo viaggiare comodo, altro che petali sparpagliati sul pavimento o sul letto per dare il benvenuto, questi ci sanno fare!”   
Sul cavalcavia non accade più niente. Nella nuvola bianca intravvede a sprazzi l’alone dei fari del Tir immersi nel fosso. Sembrano un’alba in miniatura che stia ancora imparando a fare il suo lavoro: dove sorgere, come sorgere, in quanto tempo sorgere. Se sei un cucciolo di sole non lo puoi sapere, te lo deve insegnare papà sole, alba dopo alba. Ma ai fari del Tir la poesia del sole e del suo cucciolo non interessa assolutamente, loro non si sentono cuccioli del sole e non intendono approfondire l’argomento. L’unica cosa che gl’interessa è che qualcuno tiri fuori il Tir dalla roggia e con il Tir anche loro, in modo da tornare a illuminare la strada e non il fango, come sono costretti a fare adesso.
Il volo s’interrompe bruscamente. I petali si aprono. Davanti a Roberto c’è il cippo, circondato dall’anfiteatro dei suoi spogli roseti. 
Lui, i petali, il cippo, i cespugli. L’unico nesso è il colore, per il resto non sembra esserci nessuna spiegazione, nessuna logica, nessun perché. Non ancora. 
“Non ancora.” Pensa Roberto “Ma qualcosa dovrà venir fuori. Non si può essere fermati in piena notte e rapiti da uno sciame di petali che sembrano volerti coinvolgere in chi sa che, ti avviluppano, praticamente ti prendono prigioniero, fanno uscire di strada un Tir perché non vogliono essere disturbati e poi ti depositano di fronte a un cippo che ricorda chi sa quale vittima di chi sa quale incidente. Be’, o mi dite cosa volete o mi lasciate andare! Fatevi capire!”
Intanto ha percorso con lo sguardo il cippo. È la prima volta che lo vede da vicino. È più grande della media. Uno slanciato parallelepipedo di pietra rosata con inciso un nome, Jeanne, e due date.
“Così ogni volta che davo un’occhiata a questo ricordo guardavo te, Jeanne. Bel nome. C’era un’attrice che si chiamava così vero? Moreau, sì, Jeanne Moreau! Magari le assomigliavi oppure i tuoi erano suoi fan oppure eri francese oppure semplicemente a chi ti ha messa al mondo piaceva questo bel nome che sembra un’ampia gonna ondeggiante. Che ti è successo cara Jeanne? Perché sei finita qui – o in un altro posto, d’accordo, non discuto su questo – ma è qui che tutto di te è finito, respiri ricordi amori dolori sogni notti e giorni… e cosa vogliono da me questi petali che sembrano farti la guardia? Cos’hai tu di tanto particolare da avere questo privilegio?”

HO TE

Le due parole erano apparse nell’aria, vibrante composizione di petali in formazione come storni. Per un istante viene ammaliato dal loro movimento, fluido e aggraziato come una coreografia ben studiata. Li aveva visti in azione poco prima. La mano, i sorrisi. Gli sembra naturale che… che gli leggano la mente e che gli rispondano!

NON TI HO 

SEQUESTRATO

 Ah no? – Esplode Roberto che senza rendersene conto ora parla ad alta voce – Ah no? E allora perché sono qui? Perché la mia auto è ferma laggiù, con la portiera spalancata? Perché quel poveraccio di camionista sta a testa in giù mezzo annegato in quel canale? –

LUI STA BENE

La notizia gli suona subito credibile. Dà per scontato che non mentano, non sa perché ma è così. Ma “Loro mi stanno parlando al singolare, io li considero una collettività, con chi sto conversando, io, esattamente?”

CON ME

JEANNE

Certo, perché no? In fondo è davanti al cippo che ricorda questa Jeanne. Sulla pietra si legge bene soltanto il nome, non c’è cognome.
“Questa Jeanne? Questa Jeanne sei tu?” Ha smesso di parlare ad alta voce.

Ogni lettera un capolavoro di danza aerea, con un sincronismo perfetto e naturale, un esercizio di calligrafia eseguito con impeccabile perizia. 
“E se ci fosse vento?” Pensa senza rendersene conto.

CI SAREI 

LO STESSO

SAREBBE SOLO 

PIÙ FATICOSO

“Cosa vuoi da me, Jeanne? Perché sono qui? Chi sono loro?” Indicando i petali con un ampio movimento delle braccia “Perché non mi lasci andare?”

SARAI LIBERO 

FRA UN ISTANTE

LORO SONO ME

E TU SEI IL SOLO 

CHE MI PENSA 

QUANDO FAI 

QUELLA CURVA 

CHE MI HA UCCISO

PER QUESTO 

SEI QUI

“Ti chiedo scusa, Jeanne, se ti ho importunata con i miei pensieri ma non ho mai pensato niente di male, mi domandavo solo chi fossi e perché la tua vita si fosse fermata proprio qui.”

LO SO 

E DI QUESTO 

VOGLIO 

RINGRAZIARTI

“Ma di cosa, Jeanne? Vedi un cippo, una strada, dei fiori, un pensiero viene spontaneo.”

A TE

GLI ALTRI 

HANNO SMESSO

“Quali altri? Di chi parli?”

È normale conversare con uno spirito materializzato in migliaia di petali bianchi, sul ciglio d’una strada, sul finire d’una notte. Normale, Normalissimo. Da raccontare il giorno dopo in ufficio, al bar, in mensa, al tennis, all’aperitivo, a cena.
Normale. 
“E allora, di chi parli?”

UN TEMPO 

VENIVANO

POSAVANO FIORI

PIANGEVANO

RICORDAVANO

PARLAVANO

POI 

HANNO SMESSO

NON SO 

QUANTE VOLTE

SONO FIORITI 

I ROSETI

DA ALLORA

MA SO CHE TU

MI HAI SEMPRE 

RIVOLTO

UN PENSIERO

LO SENTIVO 

QUANDO PASSAVI

DESIDERAVO

TANTO

DIRTI

GRAZIE

TI HO FERMATO

PER DIRTELO

GRAZIE 

La parola campeggia nell’aria, appena sopra il cippo. Tutti i petali hanno concorso a formarla per cui è particolarmente compatta, densa, d’un bianco brillante contro il nero della notte anche se all’opposto orizzonte l’alba non esita più. Forse ha ritardato qualche minuto per consentire questo incontro o forse è stato solo un caso o addirittura una semplice sensazione ma comunque quell’indugio, se mai ci sia stato, è finito e il giorno è arrivato subito dietro la linea della pianura.

GRAZIE 

ROBERTO

SEI MIGLIORE

DI QUANTO 

PENSI

Fa appena in tempo a leggere queste ultime parole che i petali scompaiono in un vortice che li cattura tutti, come risucchiati in un buco d’aria nera. Al loro posto la temperatura frizzante dell’alba con la sua luce fredda, lenta a crescere e scaldarsi come una lampada a basso consumo. Ecco il rombo di un camion che scala la marcia al di là del dosso. Fra un istante apparirà con i suoi fari illuminando la scena d’un probabile incidente, per fortuna senza vittime perché un uomo, il camionista probabilmente, si sta arrampicando senza troppa fatica per la scarpata dove è scivolato il suo Tir e anche quell’altra macchina, più in là, malamente accostata al guardrail, non sembra danneggiata, ha soltanto una portiera aperta, forse il guidatore, a causa dello shock, dello spavento, si è allontanato. Ma ecco che si avvicina un altro uomo, deve essere lui, il guidatore. È ben vestito, ma ha l’aria stravolta, gli abiti stazzonati, le scarpe infangate. Cammina con qualche incertezza però si riprende non appena si accorge del camionista, che nel frattempo è riuscito a risalire la scarpata. Va dritto verso di lui con grandi gesti rassicuranti. Il camion sorge da dietro il dosso, scollina e punta verso la curva, i suoi fari illuminano la campagna, accarezzano un cippo circondato da un grande anfiteatro di cespugli di rose che quando sbocceranno saranno bianche, quelle bianche rose chiamate Jeanne Moreau in onore dell’attrice e scelte da qualcuno per ricordare, fino a dimenticarsene, un’altra Jeanne e le sue due date. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PRIMO GIORNO

[risvegliarsi e, in un certo senso, dirsi addio]

 

 

Quando riaprii gli occhi non avevo la sensazione di aver dormito molto, però mi sentivo riposato come non mi capitava da parecchio tempo. La sera prima invece ero a dir poco sfinito. 

E la Storia ha subito qualche cosa da dire su questo incipt dal sapore vagamente, molto vagamente, kafkiano, ma posso promettervi che non ci  sono metamorfosi in vista. O forse una c’è, dipende dai punti di vista.

L’ambiente che vedevo intorno a me era accogliente e familiare anche se, in tutta sincerità e realtà, non riuscivo a riconoscerlo. A dirla meglio: mi sembrava di riconoscerlo, ma le mie sensazioni si fermavano lì.

Non era grande: una stanza come se ne vivono tante, con quelle misure che rendono un luogo più ospitale di altri, il rapporto fra altezza, lunghezza e larghezza era una bellezza e appagava il più esigente senso delle proporzioni. La finestra si apriva nella parete con una grazia senza parole. Io ero sdraiato sul letto, accomodato in una di quelle posizioni che il corpo trova da solo e in cui ti ritrovi, di solito, soltanto al mattino,  quelle posizioni che  quando ti corichi non sei mai capace di ricostruire. Un piccolo miracolo nel miracolo di risvegliarsi. Perciò non ero ancora interessato a scoprire la vista dalla finestra, invece mi stavo godendo il momento, la posizione, che in fin dei conti era solo un abbracciare il cuscino – sì, avevo un cuscino, perché vi sembra strano?– ma era un abbracciare diverso dal normale abbracciare: doveva essere per via della forma presa dal cuscino durante la notte, oppure a causa della confortevole corrispondenza del pigiama fra l’angolo del gomito e delle spalle, insomma non mi sarei mai mosso di lì tanto stavo comodo, come se avessi un alveo disegnato intorno a me in uno spesso strato di gommapiuma. 

La sera prima mi ero addormentato di colpo. O forse no: non mi sembrava di aver letto le solite tre o quattro pagine. O invece sì? Perché con la coda dell’occhio vedevo dei libri impilati accanto al letto. Qualcosa c’era scritto su loro dorsi ma sarà stato per l’angolazione, per la luce che li colpiva o chi sa per cos’altro non riuscivo a leggerli. Mi ripromisi di dargli un’occhiata quando mi fossi svegliato del tutto. 

Nel dormiveglia programmai la giornata come facevo da tutta una vita, la mia. Era un rito essenziale ed esistenziale ma, capiamoci, l’importante non era tanto rispettare il programma, quanto farlo e sapere di averlo davanti a me dal primo istante del mattino fino all’ultimo del tramonto. Un sentiero tracciato che metteva in fila le cose da fare come fossero i vagoni di un treno agganciati nella più efficiente delle sequenze. Poi saltavo giù dal treno, cioè dal letto e quasi subito succedeva che il programma saltasse anche lui, ma dal lato opposto.

Però era importante che dopo ogni risveglio il programma ci fosse comunque, solo questo dava ufficialmente il via alla giornata tipo. Per cui programmai. 

Mi piaceva disegnare mentalmente  l’itinerario dei movimenti che avrei fatto: prevedevo i percorsi letto-cucina-pastiglie-colazione-ginnastica-bagno-armadio-abiti-rifacimentoletto-indossoabiti-tè-computer-posta-sequenzalavori… non che arrivassi fino all’ultimo minuto del tramonto però ci mancava poco. Un tipo vagamente paranoico, pensa la Storia che mentre racconto prende nota per poi narrare a voi in un tempo leggermente differito, perché in quel minimo di distanza fra l’ascoltare e il narrare avviene una rielaborazione che permette alla Storia di esistere e fare riflessioni: ecco un tipo che cerca sicurezze, tipico delle moderne solitudini che non possono nemmeno nutrirsi di vita maledetta o poetico spleen ma solo di pasti precotti, serie tv on demand e imprevedibili orari di lavoro non proprio schiavizzanti ma quasi.

Il percorso geodomestico era la parte del programma che rispettavo senza difficoltà, con le sue scadenze immediate, una dopo l’altra, e tutte molto concrete: cose da fare che venivano fatte ma se qualcosa interveniva a interrompere la sequenza, anche solo un pensiero, ecco che il magico flusso s’interrompeva: quella pausa era come il dove non si tocca per uno che non sa nuotare: annaspo istantaneo, panico e schizzi. Dovevo muovermi dove si toccava. 

Capito no? Vivo così, dove si tocca. Sento che alla Storia piace l’icasticità di questa espressione  e in effetti devo ammettere che non è niente male, no?

Finito di programmare dovevo attuare il programma, questo era il programma di quasi tutti i miei giorni. Quindi misi i piedi fuori dal letto, come dicono gli anziani di dove vivo io, e toccai il pavimento. Sorpresa!

Era tiepido e morbido. Una moquette, un tappeto, ma spessi tanto così, in abbondanza. Piacevole. Anzi, molto piacevole anche perché del tutto inaspettato – sì va bene e allora? ho scritto del tutto perché inaspettato non va in giro senza il suo del tutto, è inutile che veniate  a dirmi che in quanto Storia non dovrei usare frasi fatte: le frasi si fanno e poi non vogliono disfarsi perché scoprono di stare bene così, per cui lasciate in pace del-tutto-inaspettato e andiamo avanti per piacere! Fatemi fare il mio santo lavoro di Storia, dai!

Quindi il pavimento era una goduria: un tappeto d’erba – sì, certo, anche loro due stanno insieme da un bel po’, mica vorrete separarli no? Vorrei sapere che fastidio vi dà un tappeto d’erba, non ci dovete mangiare sopra o dormire insieme. Certo, se fate un pic nic o vi sdraiate a guardare il cielo e poi vi addormentate allora sì che ci avete mangiato e dormito sopra però, sinceramente, mentre mangiavate e dormivate il tappeto d’erba vi dava qualche fastidio?  Non credo che ne sarebbe mai stato capace, al massimo il solletichino dei passettini ini ini di qualche formichina ma fa parte del gioco e lo scambio formica-piacere è una di quelle ingiustizie universali – per le formiche – che fanno sentire gli esseri umani padroni del mondo. 

Perciò dopo averne scoperto l’esistenza mi godevo il pavimento che non era un tappeto d’erba, non era un nemmeno tappeto e non era neanche d’erba, era di pavimento, la materia prima di cui sono fatti quasi tutti i pavimenti dell’universo: non so dirvi di quale materiale fosse fatto, potete provare a scoprirlo da voi e sono certo che prima o poi ci riuscirete. Io ci sto ancora provando ma senza tutto quell’impegno che potrebbe garantire il successo dell’impresa – altra coppietta felice, anche loro insieme da una vita, anzi, probabilmente da  tre o quattro, vite. Forse anche di più. Non ci mettevo impegno perché non me fregava niente del materiale, m’importava della sensazione che, vi assicuro, era stupenda! La Storia, che è stata attenta alle mie sensazioni profonde, può confermarvelo quando volete.

Il passo dopo doveva essere per forza fare i primi passi sul pavimento magico. Li feci. Leggerezza incredibile, quasi lunare, non avevo mai percepito così tanto di avere le piante dei piedi, mi ero limitato ai piedi, anche perché la pianta non è un gran che – non che il resto sia chi sa cosa, però, a volte, un piedino ben curato, scartavetrato e ben smaltato, calzato nella scarpetta giusta, con sopra la snellezza di un’appropriata caviglia femminile ha un suo perché, però, di solito non è così e il sotto del piede era, ed è, una di quelle che cose che uno si metterebbe sotto i piedi con piacere per levarsele dai piedi una volta per tutte. Troppi piedi?

Un momento feticistico forse? Ma che scherziamo! Chiedete alla Storia, io faccio quello che mi dice lei.

Ma quella volta era diverso. La pianta del piede era rigogliosa di sensazioni piacevoli che da lei si irradiavano in linguiformi prolungamenti come sa fare solo una cioccolata calda in dicembre. Per questo avevo la tentazione di rimettermi a letto e rifare tutto il percorso: sarebbe stata la prima deviazione della giornata al programma ma ne sarebbe valsa la pena per riavere quella cioccolata calda che mi risaliva dalla pianta dei piedi su su fino alle sinapsi più periferiche e solitarie della mia testa, desolati capolinea del pensiero.  Anche la periferia conosce l’estasi, magari è solo una semplice festa di quartiere ma l’intento è lo stesso: il piacere.

Invece, stranamente, rispettai il programma e non mi rimisi sul letto per poi ridiscenderne, ma mi diressi direttamente verso la cucina. Non ero mai stato in quella casa eppure sapevo dove fosse la cucina. Il pavimento fu un paradiso per tutto il percorso ma a metà corridoio incontrai una finestra che illuminava tutta la casa. Proprio tutta, anche se era larga come una normalissima finestra e interrompeva il muro di un corridoio, nemmeno particolarmente largo.

Anche quella luce era diversa dall’idea di luce che avevo sempre avuto dentro di me. Per esempio: il giorno prima era stato un bel giorno d’inizio estate, l’ora legale l’aveva allungato fino alle dieci di sera per cui la luce era restata  sospesa  a mezz’aria in un lunghissimo tramonto colorato. L’avevo guardato dal balcone quel tramonto, fino al suo ultimo istante prima di addormentarmi. 

Addormentarmi?

Addormentarmi!

Ma sì, addormentarmi, che c’è di strano, non era il tramonto di metà pomeriggio di una giornata invernale ma quello tiratardi e nottambulo di una sera d’estate.

Uno può anche addormentarsi su quella sedia sistemata sul balcone, sotto le stelle, con le luci di casa spente per non attirare le zanzare – attirare le zanzare, che senso di sicurezza che  danno le frasi fatte, non trovate? La sicurezza di essere capiti al volo senza nemmeno bisogno di dirla tutta la frase perché tanto è già fatta, non serve rifarla, basta accennarla, bellissimo! –

E quindi mi ero addormentato sulla sedia che tengo sul balcone, sì, mi sembrava che fosse andata proprio così, poi dovevo essermi svegliato chi sa a che ora della notte, disturbato da un’arietta fresca o da un volo di pipistrello e praticamente come un sonnambulo  dovevo essermi trasferito sul letto. Sì, doveva essere andata così. La Storia ha visto tutto, annotato tutto, potrebbe testimoniare in tribunale se fosse necessario. Pensavo a queste cose fermo davanti alla finestra che si era aperta a metà della parete del corridoio ma che in verità, quando un istante prima avevo messo piede fuori della stanza iniziando a percorrerlo non mi sembrava di aver visto.

La finestra si era disegnata sul muro come una trasparenza improvvisa, completa di tende leggere che si muovevano nell’aria che però io non sentivo ma, a guardar bene, non era l’aria a farle muovere ma quella luce dorata che veniva da fuori, un fuori che quella luce brezzosa nascondeva come una cortina. C’era qualcosa che non mi quadrava, nemmeno la finestra che era rettangolare ma non era questa la ragione per cui non mi quadrava.

Non volevo più andare in cucina, volevo uscire e vedere cosa c’era fuori. La finestra sembrava un’ottima scorciatoia per evitare di cercare la porta, le scale, i pianerottoli, gli ascensori e tutte  quelle cose che di solito si usano per passare da un dentro a un fuori.

Mi sembrava un’ottima idea scavalcare il bordo che era esattamente all’altezza giusta per farsi scavalcare da me e uscire dalla finestra che mi si era spalancata davanti. Appena oltre il perimetro della finestra la luce non permetteva di vedere cosa ci fosse fuori perché sembrava un controluce di se stessa e in controluce tutto è contro la visibilità, perfino la luce, per cui si vede poco o niente… ma non era una cosa di cui preoccuparsi, questo lo sapevo anche se non sapevo come o perché.

Stavo in piedi, in pigiama, impalato, indeciso insieme con alcune altre parole con la  i   e altre anche senza che avrebbero potuto aiutare a capire in quale incredibile stato d’animo mi sentissi. Se trovaste queste parole per favore ditele alla Storia, che ci pensa lei ad aggiungerle così potrete avere un quadro completo. Se invece non le trovate, credetemi sulla fiducia, potrebbe capitare anche a voi un’esperienza simile e in quelle circostanze ripenserete a me e allo scetticismo con cui avete letto queste pagine, sono certo che anche a voi  capiterà di vedere, per esempio, la finestra allargarsi sotto i vostri occhi come stava capitando sotto ai miei.  Se guardavo a destra si allargava da quel lato insieme con tutto  il lato, se guardavo in alto si alzava verso il soffitto insieme con il soffitto. A sinistra succedeva la stessa cosa, in basso anche: scendeva la finestra, scendeva il pavimento morbido che però non era più morbido perché non era più un pavimento ma un niente. Esatto, il pavimento mi stava piantando in asso scendendo e lasciando me sospeso a mezz’aria, nel mio comodo e familiare pigiama. Il profumo mi toccò le spalle. Mentre mi voltavo mi accorgevo di essere in piedi su un poggio di nuvole, a poca distanza da me qualcuno beveva un profumato caffè Lavazza.

 

 

 

 

 


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